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MITSUO MIYAHARA

Enduring power in painting is testament to the idea that while working may be a constant in life, so too is the presence of art and the solace it provides

L’'intervista a Mitsuo raccolta da Alda Fontana in occasion of the Exhibition O Sole Mio Casa del Console Comune di Calice Ligure 2004

Conosco Mitsuo da circa vent’anni ed oggi si presenta l’occasione di condividere questa bella iniziativa: una sua esposizioneantologica nella Casa del Console. Il Museo Civico d’Arte Moderna Remo Pastori è il centro della memoria d’importanti espressioni artistiche contemporanee e di progettualità culturali di Calice Ligure, il paese in cui vivo e in cui l’artista ha vissuto per un lungo periodo.
Mio desiderio è far conoscere questa nostra comune affezione verso Calice Ligure, perché si possa comprendere l’impegno dedicato alla mostra utilizzando uno spazio espositivo “storico” che ha accolto al suo interno importanti esposizioni e che ospita permanentemente una ricca raccolta d’arte moderna.
Mitsuo ha vissuto da protagonista gli anni 1970 - ’80, connotati per il nostro piccolo paese da profondi cambiamenti data la presenza di artisti di fama internazionale che hanno contribuito ad animare una realtà locale rendendola un centro importante nel panorama dell’arte italiana di quel periodo.
In un catalogo di una mostra d’arte l’introduzione è spesso affidata ad un critico di fama che ha il compito d’illustrare gli aspetti più salienti dell’opera pittorica dell’artista.
Noi abbiamo scelto un’altra strada, forse più semplice e meno cattedratica: una breve ed informale intervista per conoscere l’artista e il suo lavoro.

Cosa ti ha spinto, Mitsuo, dopo la partenza dal Giappone ed i periodi di studio a Milano e Torino, a scegliere Calice Ligure quale tappa della tua vita?
Nel 1972, ho conosciuto Remo Pastori, il quale, dopo aver visto i miei quadri mi propose di collaborare con la sua galleria invitandomi a presentarli in una mostra personale presso la sede estiva, a Calice Ligure, un piccolo paese dell’entroterra diventato centro di cultura per la presenza ed il passaggio di numerosi e fra i più importanti artisti del momento in Europa e non solo. Il bel movimento, il fermento creativo e la ricchezza d’apporti, affascina chi ha il desiderio di far conoscere la propria opera e di
arricchirla. Inoltre il paese è bellissimo, chiuso fra monti e mare in una verde vallata attraversata da un torrente che spesso ingrossa ed inonda.
Mio figlio Willy è cresciuto a Calice e con lui noi, gli amici, i compagni d’impegno artistico e d’esperienza. Per vent’anni ho vissuto insieme alla gente del paese ed ho conosciuto tutti; ho imparato ad apprezzare la ricchezza di questi abitanti, talvolta personaggi burberi e chiusi, ma al tempo stesso generosi e pieni di curiosità ed interessi.
Questa gente, che negli ultimi decenni dell’800 attraversava l’Oceano Atlantico più volte per portare ai concittadini emigrati in Uruguay o Argentina i prodotti della propria terra, come vino e granaglie.
Chi andava a cercare fortuna lontano manteneva forte e stretto il legame con la terra d’origine fino a volervi ritornare in vecchiaia.
Ebbene, io, giapponese e torinese, artista, mi sono inserito senza nessuna difficoltà in questa realtà.

Anche per me vale un po’ lo stesso discorso. Sono nata e cresciuta a Genova in una famiglia calicese e spesso da piccola passavo qui lunghi periodi dai nonni Aldo e Angioletta Scanavino. Da adulta sono ritornata e mi sono reinserita. Ma tu piuttosto, come mai ritorni periodicamente in Giappone?
Non mi spinge la nostalgia, è invece il desiderio di riconoscere l’origine della mia esistenza e di riprendere un discorso iniziato tanti anni fa. È pur vero che due paesi così lontani, diversi, anzi opposti in tutto, sono difficili da vivere e comprendere entrambi; ma è proprio la ricerca d’equilibrio fra due mondi così contrastanti ad affascinarmi.
Sono nato e cresciuto in Giappone e a 19 anni sono venuto a studiare in Italia dove ho vissuto più della metà della mia vita. Per questo motivo penso di aver capito entrambe le situazioni.

Parliamo un po’ dei tuoi quadri recenti, per esempio mi spieghi che tecnica usi?
I colori sono ad olio e li uso direttamente impiegando i tubetti come fossero pennelli. Io stesso li preparo svuotando anche quelli da dentifricio per poi ricaricarli con i colori e premerli direttamente sulla tela con il movimento del segno “M” (che non vuole indicare l’iniziale del mio nome). Questo segno è per me un elemento automatico di scrittura. Basti pensare a quando si prende in mano una penna biro per vedere se scrive o meno, oppure mentre si è al telefono ed incoscientemente si scarabocchia su un foglio facendo “ zic-zac”. Trovo molto interessante questo gesto involontario ed inconsapevole.
La mia ricerca sulle superfici è avvenuta sempre attraverso le linee dando un risultato a volte casuale, oppure gestuale o costruttivo. Ora, scrivendo e sovrapponendo ripetutamente questa “M” a piena pagina, la stessa diventa il tessuto di un elemento costitutivo di una scrittura-figura.

Parlami del motivo per cui i tuoi quadri sono composti da più parti. Lo fai per comodità di trasporto?
Anche…sta tutto in macchina! Sto scherzando naturalmente, c’è una ragione ben chiara. Questi “pezzi” componendoli e ricomponendoli in modo diverso costruiscono immagini nuove. Così da un quadro se ne possono avere altri.

Dimmi Mitsuo, sei cambiato dai tempi in cui frequentavi Calice?
Beh, sì. Negli anni ’70 i miei lavori hanno subìto continue trasformazioni. Ho superato momenti anche molto difficili che hanno influenzato il mio percorso artistico. A questo ha anche contribuito il frequentare un differente ambiente culturale, rispetto aquegli anni. Mi sto riferendo a Torino.
Torneresti a frequentare Calice?
Sicuramente sì e questa mostra ne è solo l’inizio.

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